Nascere testardi

Pochi giorni fa è stata la festa della mamma, inutile dire che questo tipo di ricorrenze portano riflessioni, un po’ proprio e un po’ per tutto quanto si legge. A me è venuto da pensare a l’impegno che tutti noi figli ci mettiamo per nascere o nascere in ritardo.

E’ chiaro come la nascita sia un’esperienza narrata principalmente dalle madri. E’ un’esperienza che ti segna profondamente e ti cambia la vita; spesso penso e ripenso a come raccontare in modo positivo la storia del mio parto che di positivo ha “solo” l’arrivo di Sebastian. Si perché lui è nato testardo, lui non voleva nascere, almeno non in quel 19 di novembre. Non allo scadere delle quaranta settimane, non a quelle fatidiche quarantunopiùtre (41 settimane e 3 giorni), data nella quale secondo il personale medico italiano DEVI nascere, sopratutto se la tua mamma è una primipara attempata, come siamo simpaticamente definite noi over quaranta al primo figlio. Non dimenticherò mai un messaggio ricevuto allo scadere delle quarantuno settimane, “allora stai partorendo?” “no, sto facendo la pasta alle vongole!” (perché le vongole sono pieno di ferro e quindi fanno bene durante la gravidanza), perché Seba era caparbiamente attaccato a me e di uscire non ne aveva alcuna intenzione. Il parto infatti si fa in due, la mamma che fa uscire e il bambino che esce, che decide di voler venire al mondo in quel preciso momento.

Anche io sono nata testarda, primo perché ho deciso di essere concepita quel preciso giorno: pare che mia mamma fosse all’ultimo giorno di mestruazioni e con l’utero retroverso. Il fatto che mio padre fosse rientrato per pochi giorni da un importante lavoro in Iran, lui era geologo, definisce un arco temporale molto ristretto per questo concepimento. E poi ho deciso di nascere il 27 di dicembre alle 3 di pomeriggio, ho voluto rimanere sola con i miei genitori. Dopo le feste passate tutti insieme, mia zia aveva deciso di portare i miei cugini e mio fratello a sciare, tanto sembrava non si muovesse nulla. Appena partiti loro comincia il travaglio, i miei vanno all’ospedale e lì, forse per colpa dell’epidurale mi viene da pensare, le cose si placano, talmente tanto che pare che il medico di riferimento decida finalmente di andare a mangiare un panino e pare che proprio lì in quel momento io abbia decido di voler nascere.

Purtroppo non posso sapere cosa ci sia di vero in questa storia, quanto la mia memoria o quella di mia madre (che spesso amava “arricchire” la realtà) l’abbiano modificata. I miei non ci sono più, quindi non posso fare le mille e una domanda che avrei voluto sulla mia nascita e sulla mia infanzia; però mi sembra una nascita molto da me, sempre leggermente fuori tempo, con le mie regole e desideri molto precisi. E ora che ci penso anche quella di Seba mi sembra una nascita molto sua… i cambi d’ambiente sono per lui sempre difficili, spostarsi da un luogo all’altro, lasciare un’attività per cominciarne un’altra.

Sia nello yoga che nel buddismo si pensa che siano le anime a scegliere la famiglia in cui nascere, seguendo precise relazioni karmiche, per adempiere al loro dharma ed evolversi spiritualmente. Aggiungerei che queste nuove anime, scelgono anche il momento in cui vogliono nascere: si parla infatti di un dialogo ormonale tra il feto e la mamma e del ruolo centrale del nascituro in tutte le fasi del parto dall’inizio del travaglio alla fase espulsiva.

Al momento non mi è chiaro cosa posso imparare dal mio parto, forse serve ancora un po’ di tempo e un po’ di terapia, per digerirlo e raccontarlo, ma di certo mi piace pensare a questa determinazione. Mi fa sorridere pensare a Seba e me, caparbi e testardi già nel grembo materno, e mi piace pensare che noi mamme non dobbiamo fare tutto da sole, i bimbi sanno molto di più di quanto pensiamo.

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